LA GESTIONE DI ACQUE METEORICHE NEI SITI INDUSTRIALI

26/07/2017

Nei primi anni di questo secolo ci si è resi conto che le acque meteoriche di dilavamento delle aree urbane e industriali sono tutt’altro che pulite; anzi, le cosiddette “acque di prima pioggia” sono spesso più inquinate di quelle di scarico urbane e, in alcuni casi, anche di quelle industriali. Il carico inquinante delle acque è la somma degli inquinanti presenti nell’aria (ossidi di zolfo e di azoto, idrocarburi, pulviscolo sospeso delle più diverse origini), e degli inquinanti presenti sui tetti e sul terreno (deiezioni animali, polvere stradale contenente residui di pneumatici e particelle derivanti dall’usura dei freni, residui di oli lubrificanti, prodotti di corrosione dei tubi di gronda, rifiuti vari indebitamente abbandonati, ecc.). In caso di precipitazioni improvvise di una certa entità si deve inoltre considerare l’”effetto sciacquone”, cioè il distacco e il trasporto dei sedimenti che si erano accumulati nei pozzetti e nelle condutture durante il precedente periodo asciutto.
In generale, le acque reflue meteoriche di dilavamento che interessano superfici ad uso industriale, sulla base della loro qualità potrebbero essere suddivise in:
- acque meteoriche non inquinate, ossia le acque che dilavano tetti di edifici adibiti ad uso uffici e/o magazzini privi di camini dedicati all’espulsione dei reflui gassosi, o parcheggi interni ad uso del personale
- acque meteoriche moderatamente inquinate, cioè le acque che dilavano tetti di reparti produttivi con presenza di camini dedicati all’espulsione dei reflui gassosi, o aree interne con intenso flusso di automezzi
- acque meteoriche inquinate, ossia le acque che dilavano aree scoperte dedicate al travaso di sostanze chimiche, zone di carico/scarico di materie prime, piazzali di lavaggio, aree dedicate alla manutenzione di veicoli, aree di deposito di rifiuti o di rottami.
A pari condizioni saranno maggiormente inquinate le prime acque meteoriche (cosiddette acque di prima pioggia) rispetto a quelle che seguono (acque di seconda pioggia) per il fatto che i potenziali inquinanti presenti sulle superfici sono dilavati dalle prime acque che cadono su di esse.
Da tutto quanto sopra si rileva che le acque di prima pioggia richiedono qualche forma di separazione e di trattamento; il riconoscimento di questo problema ha portato ad emanare una normativa che, come accade quando si incrociano competenze di diversi Enti, spesso non è di facile comprensione.

Norme statali e norme regionali

Il principale atto normativo in materia di gestione e smaltimento di acque reflue è, come per numerosi altri aspetti ambientali, il D.Lgs 152/2006 (Testo Unico Ambientale).
In particolare la disciplina delle acque è trattata alla Sezione II della Parte Terza; all’art.74 sono definite le varie tipologie di acque reflue. Nell’insieme delle definizioni di cui all’art.74 non vi è una precisa definizione delle acque meteoriche, che sono invece richiamate all’art.113, dedicato alle “Acque meteoriche di dilavamento” e alle “Acque di prima pioggia”, dove si specifica quanto segue:
- ai fini della prevenzione di rischi idraulici e ambientali, le Regioni, previo parere del Ministero dell’Ambiente, disciplinano le forme di controllo degli scarichi di acque meteoriche di dilavamento provenienti da reti fognarie separate, ed i casi in cui è richiesto che le immissioni delle acque meteoriche di dilavamento, effettuate tramite altre condotte separate, siano sottoposte a particolari prescrizioni, ivi compresa l’eventuale autorizzazione;
- le Regioni disciplinano altresì i casi in cui può essere richiesto che le acque di prima pioggia e di lavaggio delle aree esterne siano convogliate e opportunamente trattate in impianti di depurazione per particolari casi nei quali, in relazione alle attività svolte, vi sia il rischio di dilavamento dalle superfici impermeabili scoperte di sostanze pericolose o di sostanze che creano pregiudizio per il raggiungimento degli obiettivi di qualità dei corpi idrici
È comunque vietato lo scarico di acque meteoriche nelle acque sotterranee ed inoltre, le acque meteoriche non disciplinate ai sensi del comma 1 (Punto A) non sono soggette a vincoli o prescrizioni.
L’art.113 restringe quindi il campo di interesse alle “acque meteoriche di dilavamento”, ossia acque meteoriche che dopo aver dilavato superfici (coperte o impermeabilizzate) si riversano in differenti corpi recettori (escluse le acque sotterranee).
La normativa nazionale demanda alle singole Regioni la regolamentazione specifica delle acque meteoriche di dilavamento, con specifico riferimento alla “regolamentazione delle forme di controllo degli scarichi di acque meteoriche di dilavamento provenienti da reti fognarie separate”, e la possibilità di sottoporle “a particolari prescrizioni, ivi compresa l’eventuale autorizzazione”.
Lo stesso articolo 113 riporta poi la prescrizione a quanto precedentemente già visto.
Per l’analisi del concetto di “acque di prima pioggia” si deve quindi fare riferimento alla normativa regionale e peraltro, la prima legge che aveva affrontato l’argomento delle acque meteoriche in modo esplicito fu la Legge Regionale della Lombardia n.62/1985, relativa alla “normativa sugli insediamenti civili delle pubbliche fognature e tutela delle acque sotterranee dell’inquinamento”, dove per la prima volta comparve la definizione di “acque di prima pioggia”.     Questo provvedimento stabiliva che lo scarico di acque di dilavamento proveniente da una lista di attività considerate particolarmente inquinanti dovesse essere autorizzato, e che tale scarico dovesse di norma avvenire dopo un trattamento semplificato di depurazione, da studiare caso per caso.
Le attività sulla “lista nera” sono le industrie chimiche e petrolifere, la produzione di carta e cartone, il trattamento dei metalli, la concia delle pelli, i depositi di rifiuti, e tutte le attività legate all’automobile: produzione di pneumatici, autofficine, carrozzerie, autolavaggi, distributori di carburante, depositi di mezzi di trasporto pubblico. Una lista analoga a quella della Regione Lombardia è stata successivamente adottata dall’Emilia Romagna e dalla Toscana.
La normativa regionale più dettagliata è quella della Regione Toscana, che dapprima ha provveduto (con la Legge Regionale n.20/2006) a stabilire una serie di definizioni, e con un successivo provvedimento del 2008, a regolamentare i singoli casi. Per dare un’idea della complessità della materia, è opportuno richiamare le definizioni date dalla legge regionale toscana, la quale definisce anzitutto le acque meteoriche dilavanti (AMD), che sono genericamente tutte quelle che derivano da precipitazione atmosferiche. A loro volta queste si distinguono in:
- acque meteoriche dilavanti contaminate (AMC), ossia quelle che derivano dalla pioggia che cade su aree industriali dove si svolgono attività inquinanti (la lista è sostanzialmente quella della Regione Lombardia), più le acque meteoriche di prima pioggia (AMPP); queste ultime sono definite come quelle corrispondenti ai primi 5 minuti di precipitazioni
- acque meteoriche dilavanti non contaminate (AMDNC), cioè le acque che provengono da tetti, tettoie, strade e piazzali non interessati da attività produttive, più quelle provenienti da aree industriali non comprese nella lista sopra citata
Per quanto riguarda la disciplina degli scarichi, la Regione Toscana consente lo scarico in pubblica fognatura e senza autorizzazione delle acque di prima pioggia (AMPP) derivanti da aree pubbliche; mentre lo scarico in fognatura di quelle che derivano da aree private (siano esse inquinanti o meno) deve essere autorizzato dalle AATO. Lo scarico di acque meteoriche dilavanti contaminate (AMC) deve sempre essere autorizzato; particolari disposizioni sono emanate per le acque provenienti da aree di cava, cantieri e impianti di lavorazione di inerti.
Alcune Regioni (tra le quali Lombardia, Puglia e Veneto) hanno iniziato a regolamentare anche le acque di “seconda pioggia”, ma solo nel caso che queste provengano dalle aree dove si svolgono attività inquinanti. Il volume di acqua da trattare viene definito caso per caso dall’Autorità Competente; mentre le acque di prima pioggia dovranno andare (dopo opportuno trattamento) in pubblica fognatura, la destinazione delle acque di seconda pioggia dovrebbe essere un corpo idrico superficiale, senza che sia necessario un trattamento (eccetto che provengano da attività considerate inquinanti). Un’altra importante differenza si ha sul profilo autorizzativo: mentre lo scarico delle acque di prima pioggia provenienti da aree industriali deve normalmente essere autorizzato, quello delle acque di seconda pioggia è soggetto ad autorizzazione solo in casi particolari.

Quali trattamenti?

Nella progettazione di un nuovo insediamento industriale devono essere individuate le modalità di raccolta, trasferimento e recapito delle acque meteoriche. In pratica, il sistema di drenaggio può essere suddiviso in:
- elementi di raccolta, ossia gronde, caditoie e pozzetti, dimensionati e posizionati in modo da evitare ristagni
- elementi di convogliamento, cioè le tubazioni in cui scaricano gli elementi di raccolta, e che devono avere la capacità adeguata a trasferire le acque verso gli elementi di recapito
- elementi di recapito, ed in altre parole vasche per l’accumulo delle acque di prima pioggia, di cui una deve essere obbligatoriamente presente, con capacità di 50 mc per ogni ettaro di area servita dall’impianto. L’Ente che rilascia le autorizzazioni può richiedere la presenza di vasche supplementari, in caso si prevedano picchi di pioggia che eccedano la capacità della vasca di prima pioggia. Le vasche di prima pioggia devono essere costruite in modo tale che, una volta piene, le eventuali nuove acque meteoriche in arrivo siano dirottate su un altro percorso e non si miscelino con l’acqua in vasca. Le vasche di prima pioggia non possono essere svuotate in fognatura o nel depuratore prima che siano trascorse 24 ore dalla fine della pioggia.
Gli elementi di recapito svolgono di solito anche la funzione depuratrice, secondo diverse soluzioni tecnologiche. Nei casi più semplici, quando non si prevede presenza di inquinanti, è sufficiente una vasca di accumulo, dotata di sfioratore e di elettropompa per il successivo svuotamento. Se si prevede il trascinamento di sabbie e materiali oleosi è necessario installare vasche a più camere, dotate di sistema di decantazione e camera di raccolta dei materiali oleosi; questi ultimi, se presenti in notevole quantità, possono essere rimossi in modo automatico.
Sistemi più complessi, adatti al trattamento di acque di prima pioggia provenienti da aree industriali e da impianti di trattamento di rifiuti, prevedono l’aggiunta di flocculanti e polielettroliti, e la successiva decantazione.
Un problema particolare è posto dalle acque di prima pioggia provenienti da aree ad intensa frequentazione di pubblico, come piazzali di centri commerciali, fast food, stazioni di servizio autostradali e simili. In questi casi le acque di prima pioggia trascinano un rilevante quantitativo di solidi grossolani, come cartacce, pacchetti di sigarette, lattine vuote, sacchetti e altri rifiuti della più varia natura, che possono mettere in crisi i tradizionali sistemi di grigliatura.
Dal punto di vista costruttivo, una tipica vasca di prima pioggia è costituita da:
- pozzetto selezionatore, destinato a raccogliere i contaminanti grossolani
- vasca di accumulo, nella quale vengono inviate le acque che sfiorano dal pozzetto selezionatore, e peraltro questa sezione svolge anche la funzione di dissabbiatore, e deve quindi essere facilmente accessibile per effettuare la pulizia periodica
- sistema di controllo, costituito da: sonda di segnalazione pioggia, posta all’ingresso del pozzetto selezionatore, che segnala l’inizio della precipitazione, aprendo la valvola di ingresso, e la fine della precipitazione, dando il comando di svuotamento alla pompa; valvola antiriflusso, che blocca l’ingresso di nuove immissioni quando la vasca di accumulo è piena, in modo da evitare la miscelazione delle acque di seconda pioggia (meno inquinate) con quelle di prima pioggia; elettropompa sommersa, posta all’interno della vasca di accumulo, sopraelevata rispetto al fondo per evitare l’afflusso di sabbie nell’aspirazione (con conseguente usura della girante per abrasione); quadro elettrico di comando e controllo.
In caso sia prevista la presenza di idrocarburi o sostanze oleose, sulla tubazione di uscita viene installato un disoleatore, generalmente del tipo a coalescenza. Se l'apporto di sostanze oleose è notevole, la separazione di queste può essere realizzata per flottazione; in questi casi viene predisposto un sistema di recupero per gli idrocarburi separati, in modo da ridurre i costi di smaltimento.
Un particolare problema di trattamento è posto dalle strade molto trafficate e dalle aree di parcheggio, dove le acque di prima pioggia contengono inquinanti nocivi come idrocarburi policiclici aromatici (IPA) provenienti dagli scarichi delle auto, metalli pesanti (provenienti dalla corrosione delle auto e dal materiale di attrito dei freni), residui di sfregamento dei pneumatici.
Tutti questi inquinanti possono essere efficacemente degradati mediante speciali canalette filtranti, contenenti un materiale assorbente a base di matrici organiche (che favoriscono la crescita di microorganismi biodegradatori) e zeoliti, che trattengono i metalli pesanti mediante scambio ionico.

La normativa in materia
 
In Italia la normativa che riguarda il disinquinamento delle acque reflue è incentrata sul D.Lgl 152/2006, che all’Art. 113, demanda alle Regioni le forme di controllo, le prescrizioni, gli iter autorizzativi per lo scarico delle acque meteoriche, nonché il tipo di trattamento da effettuare su tali acque in relazione alle attività svolte ed al rischio “di dilavamento da superfici impermeabili scoperte di sostanze pericolose o di sostanze che creano pregiudizio per il raggiungimento degli obbiettivi di qualità dei corpi idrici”. Per l’intero territorio Europeo il dimensionamento dei sistemi di depurazione delle acque di prima pioggia viene effettuato nel rispetto delle disposizioni dettate dalla Normativa Tedesca DIN 1999 e quindi della traduzione in Norma Europea attraverso il CEN. Trattasi della Normativa Europea UNI 858 suddivisa in parte 1:2002 e parte 2:2003.
Sul territorio italiano, una regione che per motivi geologici e ragioni storiche è più di altre estremamente sensibile ed attenta al corretto utilizzo, conservazione e valorizzazione delle risorse idriche, è la Puglia. A tutela delle proprie acque, infatti, nel dicembre 2013 l’Ente Regionale ha adottato un Regolamento (26/2013) tra i più restrittivi e meticolosi d’Italia.

 

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